Recensioni/Viaggi

L’India in versi: un diario di viaggio

bonaguidiQual è il modo migliore di raccontare una terra, una cultura? Quale il modo più efficace per trasmettere le suggestioni che un viaggio ci regala? Forse la maggior parte di noi risponderebbe un reportage, un album di foto, una descrizione dettagliata che cerchi di riportare fedelmente in vita tutto ciò che abbiamo visto, sentito, provato. A pochi, forse, verrebbe in mente la poesia. Anche perché, per sua natura, la poesia più che riportare dettagliatamente suggerisce, suggestiona, accenna. Parla più dell’invisibile che del visibile. Eppure il risultato è affascinante: un diario di viaggio in versi fuori dal comune, intimo e generoso – perché non resta freddamente chiuso in se stesso, ma accoglie dolcemente il lettore tra le sue pieghe di carta e inchiostro.

Quest’incontro felice tra poesia e letteratura di viaggio è INDIA – Complice il silenzio (Italic Pequod, 2015). In questa raccolta l’autore, Luca Buonaguidi, classe 1987, trasforma in versi il viaggio solitario di cinque mesi che ha compiuto nel 2013 attraverso Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal, Tibet e Kashmir. E regala così parte della sua “esperienza dell’India”, una parte intima e profonda, a chiunque abbia la pazienza di leggere o ascoltare.

“Sono pochi i poeti che hanno dedicato ai loro viaggi intere opere in versi (MacDiarmid, Bouvier, Cendrars, Brodskij, Luzi, Niccolai…) e tutti i capolavori più noti della letteratura di viaggio sono scritti in prosa – dice Buonaguidi a proposito della scelta della poesia come strumento per raccontare il viaggio -. A livello tecnico in una poesia, che sia di viaggio o meno, si rinuncia a descrivere in modo esaustivo o aneddotico un contenuto esteriore e se ne evoca invece il sentimento che reca o parti eminenti di questo che ne richiamino l’intero, nel migliore dei casi quel significato profondo che è oltre la contingenza descritta e la semplice somma delle sue parti. Il mio libro offre una geografia sentimentale dell’India, non è un’operazione autobiografica ma un invito al viaggio come esperienza e un servizio reso all’India e a chi la ama. In prosa l’avevano già fatto in molti e bene, in poesia – che io sappia – non lo aveva ancora fatto nessuno e da qui la “necessità” di un libro che non era stato premeditato, ma è sorto spontaneamente a partire dai miei taccuini di viaggio”.

Parlando del processo creativo, del modo in cui sono nate queste poesie: in base alla tua esperienza, l’ispirazione si cerca con la concentrazione e il silenzio o è lei a visitare te, a scegliere il luogo e il momento? 

L’ispirazione poetica è una voce che ci scrive e viene da lontano, che ci visita improvvisamente o che possiamo tentare di invitare – risponde l’autore -. Non possiamo ricrearla in laboratorio in base a una ricetta fissa, non possiamo misurarla scientificamente, sappiamo soltanto che ha a che fare con l’interazione tra il poeta e qualcosa che sfugge da secoli a ogni tipo di osservazione. Chi va oltre questo punto entra in un campo di ipotesi sterminato, che sto esplorando da oltre cinque anni in un saggio di prossima uscita. Non c’è una ricetta universale per scrivere poesia ma ci sono molti metodi per facilitare uno stato mentale e sentimentale banalmente detto “poetico”. Viaggiare è uno dei metodi che prediligo e all’interno del mio viaggio in Asia ha funzionato così bene che al mio ritorno avevo un intero libro (al netto di una riscrittura di oltre un anno e tante bozze mai approdate oltre) pur senza essere partito con questa intenzione. Questa o altre, a ben pensarci, e l’India ha fatto il resto. Alcune poesie di viaggio sono nate da un vero e proprio insight o satori che dir si voglia. Altre poesie, penso in particolare a quella scritta a Mumbai, sono state scritte a partire da un mio raccoglimento per facilitare l’approdo di qualche verso”.

Tra le poesie nate “da un vero e proprio satori”, in un improvviso e fortunato momento di luce, c’è anche quella a cui l’autore dice di essere più legato (e che anche io inserisco tra le mie preferite):

Sono felice.

Potrei aggiungere altri dettagli
ma la felicità sta nel toglierli

Punakha
03/03/2013

Nelle 28 poesie di Buonaguidi l’India ha tanti volti e tante voci, ma è sempre un invito a viaggiare nell’anima, a camminare in silenzio, ad immergersi in nuove e profondissime acque. I componimenti sono accompagnati da alcune foto dell’itinerario, citazioni, rimandi alla cultura e alla spiritualità indiana. Chiude il breve viaggio di carta una lettera di Giulia Niccolai, fotografa, poetessa e grande viaggiatrice, da oltre venticinque anni monaca buddista, che ha fatto a lungo dell’India la propria casa.

Del libro si parla molto e bene, e non sono mancati incontri pubblici e reading. Tutti gli aggiornamenti sulla pagina Facebook.

 

Chiara Beretta

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